... manca poco: dal 28 dicembre saremo a San per festeggiare i 50 anni della nascita della Diocesi!!!!
Arriviamoooooooooooo......
venerdì 5 dicembre 2014
giovedì 27 novembre 2014
Il “metodo Burkina Faso”
Il presidente Compaoré ha ceduto il potere senza una carneficina. Una transizione imposta dalla società civile che può fare scuola in Africa e che è importante anche per l'Europa.
Siamo abituati a vedere putsch in Africa ma questa volta è diverso. Consigliato da più parti - anche dai suoi - di non insistere sulla modifica costituzionale che gli avrebbe permesso di ricandidarsi, l’ex presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré non ha ascoltato, scontrandosi con la sua opinione pubblica.
A partire da martedì 28 ottobre, per tre giorni interi la capitale Ouagadougou è stata investita da manifestazioni dell’opposizione e della società civile come non si era mai visto. Alla fine Compaoré ha ceduto e se n'è andato: è riparato prima in Costa d’Avorio, paese che aveva contribuito a pacificare durante la guerra civile, e poi in Marocco.
Nei tre giorni successivi alla caduta, i militari hanno tentato di sostituirsi al presidente che aveva governato per 26 anni il piccolo paese saheliano. Non ci sono riusciti. La piazza ha imposto una transizione civile, ha elaborato una carta, nominato un consiglio e ottenuto la nomina di un anziano diplomatico, Michel Kafando, alla guida dello Stato. Certo i militari hanno il posto di primo ministro e presiedono quattro ministeri importanti. Ma non saranno loro i protagonisti della primavera burkinabé.
Molti fatti spiegano questa novità. Innanzi tutto Compaoré non ha voluto resistere a prezzo del sangue. Vi sono state vittime, soprattutto giovedì 30 ottobre, ma non c’è stata alcuna carneficina. In questi anni l’ex leader è cambiato, trasformandosi lentamente da militare golpista a mediatore in molte crisi regionali. L’uscita è stata meno violenta di molte altre nel continente, anche recenti.
Inoltre i militari si sono ritrovati da soli di fronte alla piazza. Il cambiamento non è avvenuto tramite loro ma mediante una mobilitazione civile dalle proporzioni mai viste. La compattezza della società civile ha tenuto senza divisioni, dimostrando forte maturità. L’opposizione politica ha svolto il suo ruolo senza strafare, inclusa la forza politica scissa dal Cdp (l’ex partito al potere) circa due anni fa. Quest’ultimo fatto ha certamente indebolito Compaoré più di quanto lui stesso immaginasse.
Il “modello Burkina” di transizione potrebbe fare scuola in Africa. Una vicenda importante per il continente ma anche per l’Europa: il Burkina Faso infatti si trova in una zona delicata per ciò che concerne la penetrazione jihadista islamica, come si è visto con la crisi del Mali e con la più grave guerra libica.
Inoltre il paese é prossimo agli snodi dove transitano i flussi migratori verso la costa mediterranea. L’Italia ha da sempre ottime relazioni con Ouagadougou. Molte le Ong operanti. Iniziano anche a vedersi alcune operazioni economiche. Sostenere la transizione (deve durare un anno) affinché vada a buon fine è certamente un obiettivo.
mercoledì 12 novembre 2014
Scoprire gli stereotipi sull’Africa
Negli incontri
interculturali non basta la buona volontà o uno spirito empatico. La
conoscenza, la gestione delle motivazioni e delle attitudini, la prevenzione
dei potenziali dilemmi e conflitti sono componenti essenziali della preparazione
del personale di qualsiasi organizzazione che si occupi, in Italia e altrove,
di cooperazione o iniziative di solidarietà. Per questo motivo ho accolto con
piacere l’invito della Società Internazionale Missionaria (Sim), e in
particolare di Deborah Buselli, ad animare uno dei suoi incontri di formazione
ad Asti, rivolti a cooperanti e volontari in partenza (in Kenya e Burkina
Faso), mediatori culturali e altri operatori nel mondo della solidarietà
internazionale. L’incontro si è intitolato Stereotipi sull’Africa e sugli
africani: quali sono e come andare oltre e si è svolto il 6 aprile scorso,
presso la Casa del popolo.
Ho parlato (e abbiamo
discusso) dell’esistenza di alcuni grandi equivoci di fondo sull’Africa
(soprattutto quella a sud del Sahara) che distorcono, non solo i nostri
pensieri, ma anche le nostre azioni. In particolare, tra i tanti, ho scelto 10
di questi equivoci: che l’Africa sia un tutto unico; che sia una entità fatta
di tribù e senza stratificazione sociale in classi; che sia “per essenza”
caratterizzata dal legame con la tradizione e con la dimensione del villaggio;
che sia una realtà al di fuori del tempo, senza sostanziali cambiamenti; che
abbia avuto pochi contatti con la modernità; che non possegga una sua vita
intellettuale, culturale e scientifica; che sia popolata prevalentemente da
persone semplici, infantili e istintive; che abbia una scarsa vitalità politica
e sindacale; che sia bisognosa di tecnologie “semplici” e rudimentali; che la
sua religiosità tradizionale sia animista e primitiva.
Abbiamo riflettuto,
aiutati anche da brevi filmati e documenti, su questi equivoci e sugli
stereotipi che ne conseguono; su come tali equivoci siano confutati da numerosi
dati della realtà che dimostrano il contrario; sulle loro origini (meccanismi
di formazione di identità e contro-identità, interessi geopolitici, logiche del
sistema dei media, ecc.) e sulle loro fonti, attuali e remote (resoconti di
esploratori e missionari, etnografia coloniale, fonti stampa e radiotelevisive,
fiction, cartoni animati, discorso politico, discorso religioso, discorso
solidaristico, ecc.).
Abbiamo anche vagliato
quali sono i concreti impatti di questi equivoci e stereotipi, ad esempio:
occultamento delle “buone notizie” sull’Africa, quando ci sono (e ci sono);
delegittimazione tout-court delle leadership africane; interventi di
cooperazione non pertinenti; orientamenti neo-colonialisti nei rapporti tra i
popoli; mancati investimenti in Paesi dove non ci sono problemi di sicurezza;
cattiva accoglienza degli immigrati da parte della popolazione italiana;
inadeguate politiche di integrazione (ad esempio, offrendo lavori
dequalificanti rispetto al grado di istruzione posseduto dagli immigrati).
Ma di fronte a tutto
questo, cosa si può fare? All’incontro della Sim abbiamo constatato quanto
trovare le soluzioni sia complesso quanto identificare i problemi, e forse più.
In ogni caso, alcune linee operative possono riguardare: la sensibilizzazione e
il coinvolgimento degli operatori dei media italiani; una maggiore diffusione
dei media africani presso il pubblico italiano; attività di educazione e
sensibilizzazione nelle scuole; una più accurata e mirata formazione degli
operatori della cooperazione; programmi per favorire la conoscenza diretta di
persone e gruppi umani nei rispettivi territori; programmi e attività di
contro-informazione (anche utilizzando i social networks); promuovere la
ricerca scientifica sulle rappresentazioni sociali dell’Africa; riformare i
sistemi di raccolta fondi, spesso basati sul richiamo sensazionalistico ai
problemi dell’Africa e su uno scarso rispetto della privacy e della dignità
delle persone ritratte. E, in generale: mai generalizzare le proprie esperienze
fatte in un posto specifico; non fermarsi alle apparenze e approfondire sempre
le informazioni; non fidarsi sempre ciecamente dei racconti di chi “è stato
giù” (anche le persone di buon cuore sono spesso portatrici sane di
stereotipi); diffidare, quando si legge o si ascolta qualcosa sull’Africa, di
chi parla sempre e solo dei problemi e mai di quali sono gli attori locali che
fanno già qualcosa per risolverli. Facile a dirsi, ma ci vuole studio,
attenzione, tempo e molta pazienza.
Daniele Mezzana su www. corriereimmigrazione.it
martedì 28 ottobre 2014
AFRICA, EVASIONE E MULTINAZIONALI
Il caso dello Zambia, dove alcune multinazionali sono accusate dal governo di evasione fiscale e una di esse, la Glencore, ha cominciato a chiudere impianti, licenziando lavoratori, non è un esempio isolato in Africa. In un’intervista alla MISNA lo sottolinea Henry Malumo, coordinatore africano per l’advocacy della ong Actionaid, che denuncia in particolare l’impatto che le mancate entrate fiscali hanno a livello continentale.
Perché quel che succede in Zambia è emblematico?
“Negli ultimi tempi nell’intero continente africano le multinazionali stanno deliberatamente identificando scappatoie legali per evitare di pagare le tasse. Lo Zambia ne è un esempio, il Mozambico un altro e persino il Sudafrica, che ha una normativa molto sviluppata, ha sofferto significative perdite di entrate. Molte scappatoie sono possibili grazie ai trattati bilaterali d’investimento e in materia fiscale. L’Africa è al bivio, perché i paesi da cui riceve aiuti sono gli stessi che sembrano aver facilitato i flussi illeciti di capitali”.
Di che cifre si parla?
“È complicato – vista la natura di queste attività – capire quanto denaro perde l’Africa. Stime dell’Unione Africana parlano di 60 miliardi di dollari l’anno. La quota più grande finisce in paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna. Ma bisognerebbe citare anche le esenzioni fiscali che spesso sono concesse per 10 o 20 anni alle multinazionali, ma non alle piccole imprese locali. E le infrastrutture utilizzate da queste compagnie per trasportare i minerali sono realizzate a spese dei contribuenti… Non siamo contro gli incentivi fiscali, ma esenzioni decennali o ventennali danneggiano l’economia: complessivamente, le perdite sono di oltre 300 miliardi di dollari l’anno, secondo le nostre stime”.
In molti casi, però, alle compagnie si chiede, come contropartita degli investimenti, di creare servizi sul territorio, come strade o scuole. Può bastare?
“Questo in effetti è l’argomento con cui le compagnie difendono i loro privilegi fiscali, ma non può trasformarsi in una scusa per non pagare. Queste pratiche di corporate social responsibility, come sono chiamate, non sono regolamentate: sono spesso una concessione delle imprese stesse, non il risultato di un accordo vincolante. Se invece ai governi arrivassero i proventi delle tasse non pagate, potrebbero essere in grado di creare servizi durevoli, a beneficio non solo delle comunità coinvolte dallo sfruttamento minerario, ma di tutto il territorio. Infine, questo non può essere il lavoro delle multinazionali: i governi sono nella posizione migliore per decidere dove e come costruire determinate strutture. La quantità di denaro che gli Stati perdono, complessivamente, supera il valore degli aiuti allo sviluppo destinati all’Africa!”
Ci sono differenze nel comportamento delle imprese occidentali e di quelle delle economie emergenti?
“In Paesi come Zambia e Zimbabwe vediamo che in termini di posti di lavoro persi e di mancati investimenti nella governance aziendale, le imprese – ad esempio – cinesi non rispettano gli standard richiesti. In più, i cinesi in patria hanno una fedeltà al fisco molto elevata, ma in Africa non è così”.
Ha citato accordi sfavorevoli firmati da molti Stati, può fare esempi concreti?
“Molti permettono alle società di pagare non secondo le norme del paese in cui estraggono le risorse, ma di quello in cui hanno sede. In parte questo è dovuto alla convinzione iniziale che così facendo si sarebbero attratti più investimenti, in parte a un errore dei governi africani stessi, che però deriva anche da una mancanza di informazioni in materia. Un esempio chiaro è quello dell’Uganda che ha firmato un trattato con le Mauritius, così come stava per fare la Nigeria. Questi accordi permetterebbero alle compagnie di far passare il denaro attraverso le Mauritius, cioè un paradiso fiscale”.
Esistono, però, anche esempi di segno opposto…
“Il Rwanda ha di recente rivisto il suo trattato in materia con le Mauritius e lo stesso ha fatto il Sudafrica, considerando che i profitti di molti degli investimenti ufficialmente destinati a Pretoria passavano invece per l’arcipelago. Questo era stato anche consigliato dalla società di consulenza Deloitte a un gruppo di investitori – tra cui alcuni provenienti dalla Cina – come destinazione di capitali provenienti da operazioni in Mozambico. Eppure i paesi africani, con aliquote che a volte arrivano appena al 3%, sono tra quelli con le tasse più basse in questo settore”.
A che livello si può intervenire per fermare questo fenomeno?
“I governi africani devono agire insieme, ma serve un contributo anche dall’esterno. Credo che una leadership in questo senso possa essere cercata anche all’interno dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr) e del G20. Questi possono essere stati parte del problema in passato e molte delle compagnie coinvolte vengono da paesi che ne fanno parte, ma ora c’è bisogno di un’azione collettiva”.
fonte: misna.org
sabato 27 settembre 2014
Baobab Running Cup a Castenedolo:
tutti pronti per la 1^ tappa della 3^ edizione
Si terrà domenica 19 ottobre 2014 questo appuntamento, che sta diventando ormai consueto, col quale vogliamo unire sport e solidarietà.
Il ritrovo è presso l' Oratorio "Pio X" di Castenedolo, dove sarà possibile effettuare le iscrizioni dalle ore 8.00 alle 8.45. Il costo è di 5 euro per gli adulti e 3 euro per i bambini e i ragazzi fino a 12 anni.
Alle ore 9.00 è prevista la partenza della corsa non competitiva di 10 km e a seguire quella della passeggiata di 4 km, che si svolgeranno su percorsi pianeggianti, con terreno in parte stradale e in parte sterrato.
E' possibile fermarsi a pranzo dopo la gara. Prenotazioni al 347.9401648 (Andrea)
Il ricavato dell' intera manifestazione sarà utilizzato per la costruzione del reparto di Medicina Generale del Centro Ospedaliero di San (Mali).
Ringraziamo chi ha partecipato alle scorse gare: il reparto di maternità è già a buon punto!!! Potete vedere lo stato dei lavori cliccando sul seguente link:
sabato 26 luglio 2014
GOVERNO E RIBELLI FIRMANO CESSATE IL FUOCO E ‘ROAP MAP’ DI PACE
MALI 25 luglio 2014 - Dopo una settimana di trattative ad Algeri, il governo di Bamako e sei gruppi armati, arabi e tuareg, dell’Azawad hanno firmato un documento di “cessazione delle ostilità” e una ‘road map’ che stabilisce un calendario delle prossime scadenze“verso una soluzione globale e negoziata” della crisi in atto da gennaio 2012.
Il prossimo appuntamento tra le parti è previsto per il 17 agosto, con un nuovo round di colloqui ad Algeri, fino all’11 settembre. Sulla carta, entro il prossimo ottobre, in Mali verrà poi siglato un “piano di pace definitivo”.
Il primo documento concordato ad Algeri – di fatto un accordo di cessate il fuoco – prevede la creazione di una commissione congiunta incaricata di mettersi in contatto con gli attori della crisi per “facilitare il consolidamento delle cessazione delle ostilità, con il monitoraggio della Missione Onu in Mali (Minusma)”. In questo contesto interverrà anche la liberazione di tutti i prigionieri e di tutte le persone detenute nell’ambito del conflitto.
La ‘road map’ stabilisce invece il quadro negoziale delineato in modo “consensuale”. Iscritti nero su bianco i principi del rispetto dell’integrità territoriale e della laicità dello Stato, sui quali le autorità di Bamako non intendono trattare.
Per il ministro degli Esteri algerino, Ramtane Lamamra, la doppia firma rappresenta un “risultato soddisfacente per questa fase preliminare del dialogo intermaliano”.
I documenti sono stati siglati dal Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla, tuareg), dall’Alto consiglio per l’unità dell’Azawad (Hcua), dal Movimento arabo dell’Azawad (Maa), dal Movimento arabo dell’Azawad-dissidente, dal Coordinamento per il popolo dell’Azawad (Cpa) e dal Coordinamento dei Movimenti e fronti patriottici di resistenza (Cm-Fpr). Tuttavia le componenti dei principali gruppi ribelli non sono riuscite a presentare un elenco comune di rivendicazioni a causa di divisioni interne ai tuareg ma anche tra tuareg e arabi.
Coinvolti nei negoziati intermaliani Unione Africana, Onu, Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao), Unione Europea, Organizzazione della conferenza islamica e i paesi vicini (Algeria, Niger, Burkina Faso, Ciad, Mauritania).
Tuttavia sul terreno la situazione rimane ancora instabile e tesa, in particolare nella regione del capoluogo settentrionale di Kidal, dove in questi giorni sono proseguiti scontri tra gruppi dissidenti.
www.misna.org
sabato 14 giugno 2014
BAOBAB RUNNING CUP TOUR - 3^ TAPPA ODOLO
DOMENICA 29 GIUGNO 2014 A ODOLO, RITROVO IN PIAZZA DONATORI DI SANGUE (AVIS)
SARA' POSSIBILE ISCRIVERSI IN LOCO DALLE 8 .00 ALLE 8.45
LA PARTENZA È ALLE ORE 9.00
TUTTO IL RICAVATO SARÀ DEVOLUTO AL PROGETTO DELL'OSPEDALE DI SAN
IL REGOLAMENTO DELLA MANIFESTAZIONE SI PUÒ LEGGERE NELLA PAGINA "Baobab Running Cup Tour"
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